Betti uscita maggio 2021

L’epidemia da Covid-19 con la quale da tempo tutti noi stiamo facendo i conti e che nelle Scuole ha costretto ad una repentina revisione delle modalità didattiche, non ha fermato il Progetto Ugo Betti che i Licei di Camerino propongono ormai da quattro anni, con lo scopo di far conoscere la figura e la produzione dell’autorevole concittadino. La situazione attuale ha dunque sollecitato insegnanti e studenti ad un compito di realtà: preparati sapientemente dal docente di Arte prof. Claudio Nalli, seguendo le indicazioni fornite da Ugo Betti nel suo celebre articolo dedicato a Camerino (Gazzetta del Popolo, 1932) nei giorni 22 e 27 maggio gli studenti delle classi prime del Linguistico e delle classi quarte delle Scienze Umane, accompagnati dalle insegnanti responsabili del progetto Angela Amici e Rita Coviello, hanno effettuato un percorso integrato di trekking urbano alla scoperta di luoghi e monumenti considerati strategici per la storia della città e importanti per la storia personale dell’autore. L’itinerario ha avuto inizio dalla Rocca del Borgia, la fortezza fatta erigere dal Valentino a offesa della città piuttosto che a difesa: Betti attribuisce a Leonardo da Vinci la probabile responsabilità del disegno e sottolinea il cambiamento politico e sociale sopraggiunto a Camerino dopo la cacciata di Giulio Cesare Varano (“Quali fossero i costumi della città in quel tempo lo espone Lodovico Clodio - mandato dai Borgia a studiare le condizioni del Ducato dopo la cacciata dei Varano - in una lettera ad Alessandro VI, inedita, ma ben nota agli studiosi locali, e contenente istruzioni sulle migliori cautele da usarsi nel governo di Camerino […] il sottile arciprete indica quale sia, a suo parere, la principale causa dello scontento dei Camerinesi contro i Borgia. Tale causa – egli scrive – “è stata una universal perdita di tutta la terra e massime dei giovani, di tutta la ricreazione sua che avevano in Camerino, la quale tutta era nella Corte di Casa Varano). Dal Belvedere della Rocca gli studenti hanno potuto comprendere la disposizione di monti e di valichi di “questa nobile piccola città italiana antichissima, stretta già coi Romani da un aequo foedere”, e la posizione privilegiata di cui godeva al tempo la città tale da consentirle il controllo del territorio dalle sue torri. Dalla Rocca l’itinerario è proseguito fino ai piedi delle mura dove gli studenti hanno potuto osservarne l’imponenza e la tipologia del materiale principalmente utilizzato per tutti gli antichi edifici della città, la pietra arenaria, che, per la sua composizione mineralogica, dà a tutta la città una tipica notazione cromatica che Betti non manca di sottolineare: “Le mura, specie le più vecchie - quelle per esempio della grande Rocca, eretta dai Borgia, pare su disegno di Leonardo - ne danno uno straordinario rilievo e vivezza; e tutta la città, sulla sera, chi la guardi da ponente alta e illuminata, al di sopra di tutti gli altri colli già bui, sembra d’oro e somiglia a quella Camerino d’oro che il Patrono della città porta sul palmo in un’antica statua.” E’ la città d’oro tanto cara a Betti: Oro le mura / le torri cristallo; / è la terra scaglia dura, / accecante specchio giallo. / Senza mai notte o ristoro / la vampa del sole piomba. / Sfolgora la città d’oro (da La città dei re). I giovani escursionisti si sono quindi diretti verso il cuore della città percorrendo via Cisterna fino a Porta Caterina Cibo, una delle porte d’ingresso più antiche della città, che conduce a via Ugo Betti: sono i luoghi dell’infanzia dello scrittore, luoghi di vento, di silenzi, di memorie, di cui gli studenti, leggendo alcuni suoi passi, hanno evocato l’atmosfera sognante e rarefatta in un silenzio oggi irreale: “Entrati, si è sorpresi, dapprima, dal silenzio. Per le vie strette, molto pulite, taluna assai ripida, fiancheggiate da corrimano di ferro e da case scure (molte delle quali furono monasteri), si aprono tagli improvvisi, con montagne lontanissime, azzurre, rosee (di calcare rosato). A poco a poco, però, si sente che non v’è silenzio. Un suono musicale, quasi un respiro, passa leggermente, si fa più vivo allo svolto, tace, ritorna trascinando una carta, ci segue dolcemente. E’ il vento, questo vento che accompagnò la mia infanzia.” Giunti alla casa di Ugo Betti alcuni studenti hanno ricostruito le esperienze più importanti della vita del drammaturgo e non hanno mancato di leggere alcune poesie ripercorrendo la via e soffermandosi davanti alla fontana in prossimità del vicolo delle fonti, da cui Betti ha tratto ispirazione per alcune delle sue poesie più celebri: Odo il suono incupire / della fontana, cui la sera reca / brocche sonore, e fa / soave la finestra a chi fu solo […] Tanto è gentile il codesto serale / tramestio, che vedere / ormai segreta d’ombra e solitaria / la via, quasi è mestizia. / Ma se gli usci apre l’aria / tepida, ancora il suono / giunge della stoviglia e il casalingo / ragionare. Ne ha, chi ode, il cuore / allegro (da Sera in via Cisterna). Al tramonto / le ragazze vanno alla fontana / e tutte sanno un bel racconto, / e nell’acqua d’ogni secchia / c’è la prima stella che si specchia! / E poi si fa notte, / si chiudono tutte le porte. / Poi, da tutte le porte chiuse / ecco che brilla un filo di luce! (da I ricordi)

Gli studenti si sono quindi recati a piazza Cavour risalendo il ripido vicolo della Salara (che dalla fine di via Ugo Betti fiancheggia il Palazzo Ducale),  emblema delle vie scoscese di quel paese addormentato tanto caro al poeta: C’è l’erba folta, per le viuzze scoscese / di quel vecchio paese / Ad ogni suono di passi / qualcuno dice: chi sarà? / E poi s’affaccia tra il canarino e i lillà. / Qualche volta uno straniero / cammina dolcemente per le viuzze scoscese / di quel vecchio paese… (da I ricordi). Ugo Betti ricorda il passato illustre della Camerino quattrocentesca, quando con i Varano  la città pervenne al più alto fiore: “Non è raro vedere, incastonati in mura più recenti, bellissimi archi in color fulvo, colonne. Poco più altro che questo resta ormai di certe costruzioni sontuose, erette quassù dagli antichi signori, specie dai Varano, stati lungamente (e tempestosamente) padroni del ducato, e massime da quel Giulio Cesare Varano, sotto il quale questa città, nella seconda metà del ‘400, sedate un poco le congiure e le lotte, pervenne al più alto fiore.” Nell’articolo dedicato alla città Betti sottolinea quindi l’importanza storica dell’antica università di Camerino: “Già allora e da molto tempo (forse dal 1336) fioriva l’Università degli Studi, riordinata poi da Benedetto XIII e privilegiata nel 1737 dall’Imperatore e Re dei Romani Francesco I di Lorena, il quale con un suo diploma di quell’anno concesse alla Università Camerinese, unica fa le italiane, la facoltà di conferire lauree valevoli, oltre che in Italia, nei territori del suo vastissimo impero.” Il percorso si è concluso alla Basilica di San Venanzio, di cui Betti ricorda la settecentesca statua argentea che riproduce l’iconografia ricorrente del Santo in atto di tenere in mano la “città d’oro”.

In una Camerino deserta e silenziosa, studenti e insegnanti identificandosi per così dire con lo “straniero” di Betti che torna a ripercorrere la memoria storica della città, ne hanno rivissuto  l’antico prestigio e quell’atmosfera incantata che fa sperare di rivedere un giorno in vita la nostra città, “antica terra per nuove piante.”

Prof.ssa Angela Amici
docente di Lettere, Licei Camerino

Foto: gli studenti del Liceo davanti a Porta Caterina Cibo.