medea

 

Anche quest’anno scolastico, per quanto penalizzato dal covid e dalla didattica a distanza, il Liceo “A.Varano” di Camerino ha portato avanti il progetto “teatro classico” in una maniera particolare e qualificante. Mediante una convenzione stipulata con la Delegazione Antico e Moderno dell’AICC, Associazione Italiana di Cultura classica, alcuni alunni del triennio classico, guidati e coordinati dalla sottoscritta, hanno potuto frequentare l’attività on line valida ai fini del PCTO di trenta ore La messa in scena di un dramma antico: procedimenti, modelli e performance: una  immersione profonda nei meccanismi drammaturgici che innervano il testo antico per illuminare le fondamenta della loro messa in scena contemporanea.

Le lezioni, come ad esempio La messa in scena di un dramma antico, I “mestieri” del teatro in Grecia e a Roma, La funzione del traduttore nel lavoro di messa in scena,  La coscienza poetica del testo drammatico e il processo recitativo, sono state tenute da registi qualificati ed esimi professori quali Salvatore Cardone, Shanna Rossi e il grande studioso classico Guido Guidorizzi.

 Al termine del progetto era prevista, per i gruppi partecipanti, la realizzazione di un elaborato creativo ispirato a un’opera teatrale dell’antichità. I nostri ragazzi hanno scelto la figura di Medea, approcciandosi alla lettura del personaggio mitico attraverso vari testi antichi: Apollonio Rodio, Euripide, Seneca.

Si sono dunque cimentati a sceneggiare i primi turbamenti d’amore di una giovane che, colpita dalle frecce di Eros verso Giasone, lo straniero giunto in Colchide alla conquista del vello d’oro, pur combattuta tra sentimenti contrastanti e il dolore di abbandonare la sua famiglia, decide di aiutare il giovane nelle sue imprese, abbandonando poi la propria terra e la propria  casa per seguirlo in Grecia. Ma, una volta trapiantata nella ricca Corinto, dopo aver concepito con il suo amato due bambini, la donna si vede ripudiata dall’ambizioso Giasone che sposa Glauce, la figlia del re di Corinto.

Dopo uno sfogo accorato sulla condizione femminile del V secolo, condizione ancor più penalizzante per lei in quanto sola, straniera in una terra che l’ha tollerata a fatica, non solo uccide la rivale attraverso un maleficio, ma, elimina coloro a cui lei stessa ha dato la vita, i suoi figli, pur di fare terra bruciata attorno all’uomo che l’ha abbandonata e oltraggiata.

Fin qui la fonte è la tragedia di Euripide, che ha trovato in quella omonima senecana la stigmatizzazione più mirabile e completa della donna tradita, trascinata dalla vendetta, per la cui  resa teatrale i ragazzi, pur congestionati da limiti oggettivi, hanno lavorato sulla recitazione, sui  forti giochi di colore, sulle musiche piene di pathos.

Ma se questa è la versione più nota e diffusa di Medea, varie questioni restano irrisolte, in primis quella di come si concili la figura della donna dai saggi pensieri, che prevede e provvede (tale è la radice etimologica del nome Medea), con l’immagine dell’infanticida.

Nuovi spunti di riflessione e di ispirazione sono giunti dalla lettura del libro di Christa Wolf “Medea.Voci”, scrittrice e studiosa che, indagando e scrivendo su Medea come se fosse una figura storica, arriva a denunciare questa storia come la costruzione dolosa di una impostura solenne a danno della stessa donna.

“Fin dall’inizio, scrive la Wolf, pensavo che Medea fosse troppo legata alla vita per aver voluto uccidere i propri figli. Non potevo credere che una guaritrice, un’esperta di magia, originata da antichissimi strati del mito, dai tempi in cui i figli erano il bene supremo di una tribù, arrivasse ad ucciderli”.   La conferma alla sua intuizione le è giunta dai risultati di ricerche condotte sulle fonti del mito antecedenti la tragedia di Euripide, secondo cui non solo Medea non uccise i propri figli, ma tentò di salvarli, portandoli al santuario di Era, prima di essere costretta all’esilio.

Affascinati da questa versione, i ragazzi si sono cimentati in una rilettura quasi pirandelliana di una donna che da colpevole, pluriomicida nei secoli torna a parlare e a far parlare proponendo, attraverso una detective story, una verità completamente diversa.

L’ipotesi seguita è stata quella della scrittrice per cui fu proprio Euripide ad aver manipolato la vicenda per assolvere gli abitanti di Corinto, colpevoli in realtà di aver massacrato i figli di Medea e di aver coperto la donna di una montagna di odio e di orrore.  Fu ricompensato con quindici talenti d’argento dalla città di Corinto per restituirle l’innocenza sulla scena del teatro greco durante le feste di Dioniso.

Dalla lettura dei testi, dalle testimonianze nuove o diverse di alcuni personaggi del tempo, come quella di Giasone in primis, (che resta, comunque, la figura scialba e meschina presente in Euripide), poi di Glauce e quindi dell’astrologo di corte, ne è scaturita una versione molto più complessa e deformata addirittura da ragioni di stato.

Medea, infatti, aveva scoperto un omicidio alla base del regno di Corinto, segreto scottante per il potere, ma che lei avrebbe usato non per potere personale, ma  per contribuire alla formazione della coscienza, perché “ciò che non è stato elaborato, pensato, espresso, espiato e capito genera continuamente il male”.  

In una serie di dinamiche che si perpetuano nella società umana, lei era diventata a Corinto la colpevole, il capro espiatorio, su cui far ricadere tante colpe ataviche e non, un odio sommatosi da una società e da un sistema che rischiavano di frantumarsi o di cadere per l’azione destabilizzante di una donna, seguita poi da un terremoto, dalla peste...

Era stato quasi consequenziale catalizzare su di lei gli odi di singoli individui e della massa, così come spesso avviene nella società che esploda contro un capro espiatorio la rabbia come summa di tante paure: verso il diverso, verso il ribelle, verso il profugo, verso chi affascina e chi impaurisce abbattendo veli di comodo, chi scuote le coscienze addormentate o si rifiuta di piegarsi alle comode consuetudini.

Ecco che dunque il rifiuto di piegare il capo, opposto da Medea, doveva essere solennemente punito. Questa seconda parte del dramma, magari la più originale rispetto al mito classico, è stata ricostruita in modo fedele e rispettoso dal confronto dei testi antichi e poi da quelli della Wolf.

Medea risulta ora una donna abbattuta, innocente, incredula della crudeltà cui può arrivare l’animo umano, è un cuore che batte quasi senza più sangue, eppure resta per se stessa - autentico filo rosso nella lettura della nostra storia - la donna fiera, indomita legata alla fecondità e al mondo dei sentimenti.

Tale lettura ha offerto agli alunni molti stimoli di riflessione non solo nei riguardi della storia, ma anche del quotidiano, in merito a quanto avviene con meccaniche prevedibili eppure troppo spesso ripetute all’interno delle civiltà, dei Paesi di ogni tempo. La Medea qui rappresentata ha voluto mantenere forme e sembianze pirandelliane de l’Uno, Nessuno, Centomila indossando, al termine, un’emblematica maschera bianca: che sia colpevole o che sia innocente secondo le voci che si sono rincorse nei tempi su di lei, funga da monito a non seguire nella massa i facili percorsi, sia da stimolo alla Medee di ogni tempo a mantenere la propria integrità e la propria forza...malgrado il peso della società e il ruolo che facilmente si addossa loro.

Al termine di questo lavoro vorremmo ringraziare la disponibilità del DS prof Francesco Rosati perché continua a sostenere il progetto “teatro classico”, volto ad un confronto inesauribile con i classici per una crescita umana e culturale dei giovani, all’insegna dell’ascolto reciproco e dell’empatia.

Un grazie particolare va a Widad Derouachi per il lavoro attento, accurato ed indefesso che ha dedicato a buon parte della regia e del montaggio. E un grazie a Michele Cavallaro per averci dato delle dritte iniziali precise quanto utilissime nell’applicazione.

Vi auguriamo buona visione e…se vi farà riflettere o vi piacerà, vi preghiamo di diffonderlo

Prof.ssa Michela Di Paolo, responsabile e coordinatrice del progetto