ElisabettaMalatestadaVarano

Già da qualche anno in alcune classi dei Licei di Camerino è in essere un Progetto sul metodo della ricerca storica finalizzato allo sviluppo della coscienza storica, a rinforzare la conoscenza degli importanti Archivi storici di cui Camerino ha goduto, materia prima inestimabile per comprendere la rilevanza culturale delle tradizioni locali in modo che ogni tipo di rievocazione storica sia riflessione critica sul passato, scoperta di legami tra passato e presente, acquisizione di una visione del futuro all’altezza delle sfide del presente. Il lavoro è stato attuatoe curato sin dallo scorso anno nella classe IV A del Liceo Scientifico dalla prof.ssa Maria Pierandreila docente che giovedì 28 aprile ci ha riservato l’onore di tornare in sede, in una ideale e quanto mai importante linea di continuità, tenendo una preziosa lezione sulla figura di Elisabetta Malatesta. La professoressa si è avvalsa di una vasta bibliografia, ma tra i vari testi, gli scritti di B. Feliciangeli (Atti e memorie della Regia Deputazione di Storia patria per le Marche. Vol. XIX 1910) sono stati illuminanti per la contestualizzazione dell’azione politica di Elisabetta Malatesta Varano. I Varano, abilissimi nel trarre profitto dagli sconvolgimenti prodotti dallo Scisma d’Occidente, pur rimanendo fedeli alla Chiesa, erano giunti con Rodolfo III (m. 1424) ad un alto grado di floridezza e potenza. Oltre alla numerosa discendenza di Rodolfo III, che generò contrasti interni alla famiglia, troppi ostacoli si opponevano al consolidarsi delle Signorie italiane, in particolare di quelle che erano sotto il controllo dello Stato Pontificio; i persistenti tentativi di riaffermare la libertà comunale dalle classi un tempo dominanti, il particolarismo politico ed il militarismo dei mercenari, elementi essenziali nella storia politica d’Italia, l’assolutismo monarchico per il cui trionfo i Papi si batterono. La crisi politica devastante che la Signoria Varano visse negli anni 1433-1434, gli eccidi e le violenze avvenute a Camerino ebbero le loro radici in tale contesto nazionale e furono manifestazioni del prepotente individualismo e dei sovranismi rinascimentali che determinarono diffidenze invincibili. Elisabetta Malatesta Varano visse in prima persona i fatti che sconvolsero la Signoria camerte, determinarono la sua momentanea fine e il ritorno alle istituzioni repubblicane. Certamente l’educazione di Elisabetta era stata ottima perché sua madre Battista Montefeltro, era una donna di grande sensibilità e cultura che aveva acquistato fama negli studi e nella poesia. I suoi versi sono i migliori tra i primi imitatori del Petrarca. Elisabetta, nata nel 1407, si era sposata con Piergentile Varano nel 1422. Dopo la cattura del marito, nell’agosto del 1433, fuggì con i suoi figli, ancora piccoli, e forse con il nipotino G. Cesare, figlio dell’ucciso Giovanni, nel Castello di Visso. Nel 1434 una nuova tempesta si abbatté su di lei. Un’insurrezione popolare suscitata dal malcontento, dall’odio di alcuni maggiorenti e dall’intervento delle armi di Francesco Sforza, spense i fratelli Gentilpandolfo e Bernardo con tre figli di quest’ultimo ed il governo signorile ebbe fine. Elisabetta riparò a Pesaro dai genitori e qui rimase per nove anni intensissimi sul piano politico. Gestì gli affari della Signoria di Pesaro, data l’inettitudine al governo del padre, amministrò il convento del Corpo di Cristo, fondato dalla madre nel 1438, cercò con successo relazioni diplomatiche e fece scelte politiche finalizzate al rientro del figlio Rodolfo e del nipote G. Cesare a Camerino. Gli eventi politici che Elisabetta aveva vissuto erano rimbalzati nelle cronache di tutta Italia e vennero ritenuti esemplari della grande lotta per l’equilibrio degli Stati Italiani del Rinascimento che riempie tutta la prima metà del XV sec. ed ella, a tutt’oggi possiamo dire che ne fu una protagonista di primo piano. Con le sue scelte riuscì ad influenzare gli eventi politici e culturali dell’intera Marca, non solo della città di Camerino. Già gli storici contemporanei di Elisabetta e i giureconsulti di tutta Italia riconobbero non solo l’intelligenza politica da lei mostrata, ma la considerarono la figura-chiave della risoluzione della grave crisi della Signoria Camerte in un’epoca di estrema emergenza. Elisabetta già nel 1434 iniziò a costruire un’intesa con Leonello d’Este e con Federico Montefeltro, uomo d’arme che salì al governo di Urbino solo nel 1444, e grazie a lui tentò di avere contatti con Francesco Sforza. Quando nel maggio 1442, lo Sforza tornò nella Marca, insieme alla moglie Bianca Maria Visconti, a costei, la giovinetta Costanza Varano, chiese colla orazione latina pronunciata a Gradara o a Pesaro, la reintegrazione del fratello Rodolfo nell’avitodominio. L’anno seguente (1443), Costanza, fanciulla molto dotta, indirizzò una lettera ed un carme ad Alfonso d’Aragona, re di Napoli, che, d’accordo con Papa Eugenio, veniva a capo di un esercito contro Francesco Sforza, signore della Marca. Né lo Sforza, né il re di Napoli, né il Papa fecero nulla per esaudire le richieste di Costanza. Elisabetta capì che la politica non conosce altre regole che l’utile. “Le opere letterarie non ebbero mai la virtù di ispirare principi e diplomatici, neanche quelli del Rinascimento che si professavano ammiratori dell’ingegno e dell’arte”, chiosa B. Feliciangeli a tale proposito. Nel suddetto contesto Elisabetta comprende che occorrevano ben altri mezzi per ricondurre i Varano a Camerino. In un’epoca di rapidi e violenti cambiamenti ella era costretta ad avvalersi dei condottieri per raggiungere i suoi scopi politici. Quando nell’autunno del 1443 la compagnia di Niccolò Piccinino, che combatteva per il Papa contro Francesco Sforza per cacciarlo dalla Marca, campeggiò presso Pesaro, Elisabetta s’incontrò con lui e con Carlo Fortebracci, figlio di Braccio da Montone e di Nicolina Varano, quindi cugino di Rodolfo e G. Cesare. Il risultato di quegli accordi fu che, quando Niccolò Piccinino era occupato a Montecchio (Treia), Carlo Fortebracciassalì la Repubblica di Camerino, il 26 novembre 1443, e vi fece acclamare Signori i suoi cugini dei quali Rodolfo entrò in patria il 14 dicembre 1443, forse accompagnato dalla madre e G. Cesare il 28 dicembre. Il cambiamento avvenne con qualche violenza, omicidio o saccheggio. Alla maggioranza della popolazione interessava di più il buongoverno che la legittimità del governo. Rimasero comunque una minoranza di avversari dei Varano, perciò la reggenza, affidata ad Elisabetta fino alla maggiore età degli eredi, richiedeva molta abilità politica. Dell’argomento della legittimità tacciono l’orazione ed il carme latino che Costanza scrisse per celebrare il ritorno a Camerino del fratello e per ringraziare i Camerinesi e promettere agli stessi che la madre, il fratello, il cugino si sarebbero consacrati al bene dei sudditi. Di fatto la Reggenza non fu sancita ufficialmente dall’autorità del Papa, né voluta da Francesco Sforza e quindi essa risultò alquanto pericolosa. In tale situazione, grazie alla sua lungimiranza, Elisabetta seppe rafforzare la sua amicizia con Federico Montefeltro che nell’autunno del 1443 aveva difeso l’inetto Galeazzo Malatesta dagli attacchi dello Sforza e di Sigismondo Malatesta di Rimini. Sempre per mezzo di Federico, Elisabetta si avvicinò a Francesco Sforza e gli concesse il libero passaggio nelle terre dei Varano per raggiungere l’Umbria. Di qualche utilità per stabilire un’intesa con il Signore di Milano fu anche la corrispondenza che Costanza intratteneva con il segretario del suo ducato, il più insigne dell’Italia settentrionale. Per questo Francesco Sforza, diventato il nuovo Signore della Marca, per la pace di Perugia con Eugenio IV (30 settembre 1444) firmò un’alleanza che durava 10 anni (28 novembre 1444) in nome dei minorenni Varano. Mediatore ne fu il Montefeltro che riconobbe Francesco Marchese di Ancona e si obbligò a pagargli le taglie annuali, delle quali lo Sforza  condonò quelle dei primi due anni, affinché i Varano assoldassero fanti e cavalieri da tener pronti agli ordini suoi. Questa alleanza ebbe conferma solenne nelle nozze di Costanza con Alessandro Sforza, fratello di Francesco. Secondo Francesco Filelfo, i due giovani erano anche innamorati, la passione di Alessandro era ispirato dalle doti della fanciulla più che dal calcolo politico.

Calcolatrice  fu Elisabetta che avrebbe accordato la mano della fanciulla a patto che Alessandro avesse un Principato. Federico da Montefeltro si adoperò affinché il Principato di Pesaro fosse tolto all’inetto Galeazzo e dato ad Alessandro Sforza. Da ciò Elisabetta ebbe due vantaggi: l’acquisto di Fossombrone, l’efficace amicizia degli Sforza contro l’avido e violento Malatesta da Rimini. Politica di grande scaltrezza fu la sua, capace di consolidare il dominio dei Varano. Elisabetta ebbe chiaro che solo grazie all’appoggio di F. Sforza, colui che nove anni prima con gli intrighi e con le armi aveva scalzato ed abbattuto la Signoria camerte, il figlio e il nipote avrebbero potuto governare nelle loro terre.

Elisabetta seppe trarre vantaggio da tutto: dall’amicizia del Duca di Milano, dalla cultura e dalla bellezza di Costanza, ammirate da Alessandro Sforza, dall’alleanza con Federico di Montefeltro. Seppe destreggiarsi tra il Papa e F. Sforza negli anni 1445-47, quando Eugenio IV incalzava per togliere a Francesco la Marca. A conseguir i favori pontifici non fu scarsa l’opera di Elisabetta, anche quando non era più al governo. Molto probabilmente le giovarono i suoi potenti protettori ed amici. Federico da Montefeltro, gli Sforza, gli Estensi. Valido presidio fu il matrimonio tra Rodolfo e Camilla d’Este che si celebrò nel 1448, ma la promessa era stata già del 1444.

Accasato il figlio e composto in ordine il piccolo stato di Camerino, Elisabetta, contristata dalla morte della diletta Costanza, avvenuta inaspettatamente il 13 luglio 1447, sospinta dall’esempio della madre, si chiuse nel Monastero di S. Lucia di Foligno dell’ordine di S. Chiara, dove si era già monacata la sua secondogenita, Primavera (Suor Felice). Elisabetta lasciò il monastero di Foligno per quello di Perugia (Monteluce) nel marzo o nell’aprile del 1949. Monaca del terzo ordine, qui si adoperò per ottenere per sé e per i parenti di Camerino le grazie del Papa. Il Liliiattesta che nel giugno 1449, Rodolfo portò con sé la madre a Camerino, dove rimase per breve tempo. Tornò alla vita religiosa e quando il Papa proibì che Elisabetta stesse in terra della Chiesa, ella se ne andò al monastero di S. Chiara di Urbino. Nel 1552 professò i voti di clausura cui rimase fedele fino alla morte avvenuta il 6 luglio 1477. Riposa nel Monastero di Urbino accanto alla madre Battista Montefeltro, alla figlia Costanza Varano Sforza, alla nipote Battista Sforza Montefeltro. Fu molto elogiata anche per le sue doti spirituali e per la vita contemplativa. 

È interessante concludere con le riflessioni di B. Feliciangeli il quale evidenzia la grandezza umana e politica dell’operato di Elisabetta. Ella si trovò inaspettatamente a risolvere complicate e pericolose situazioni politiche e, già mezzo secolo prima del Machiavelli, analizzò lucidamente la verità effettuale, seppe cogliere tutte le occasioni che la sorte le offerse, scegliere i mezzi opportuni per volgerle a vantaggio della propria causa politica. Agì con coraggio, senza perdere mai la sua umanità, non si arrese ai colpi della fortuna. È sorprendente, inoltre, notare come l’azione politica, culturale, spirituale di Elisabetta, congiunta a quella di altre donne coltissime, Battista Montefeltro Malatesta, Costanza Varano Sforza, Battista Sforza Montefeltro, abbia influenzato per tutto il XV secolo la vita politica e culturale dell’intera nostra regione, le Marche.
Ringraziamo il Dirigente Scolastico prof. Antonio Cappelli che ha consentito l’incontro e la nostra indimenticata professoressa Pierandrei per l’interessantissima lezione e il gradito ritorno.

IV A, Liceo Scientifico

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