med

Sabato 4 giugno scorso, dopo due anni di stop dovuti alla pandemia, le studentesse e gli studenti del Liceo Classico “A. Varano” di Camerino sono tornati in scena con ‘Medea, voci a confronto’, uno spettacolo a cura della prof.ssa Michela di Paolo, con la regia di Giulia Merelli. (Qui sotto il video integrale dello spettacolo pubblicato sul canale Youtube della scuola)

 

La rappresentazione, tenutasi presso l’ Auditorium Benedetto XIII di Camerino, davanti ad un pubblico folto e partecipe, rientra  nel progetto “Teatro classico”: avviato nel  2005 proprio grazie alla Prof.ssa di Paolo, è uno dei cavalli di battaglia del Liceo, anche in virtù delle collaborazioni con registri competenti e accurati, che hanno portato la nostra realtà scolastica a confrontarsi con le scuole d’ Italia e di Europa in occasione della stagione del dramma classico a Siracusa e a Palazzolo Acreide.

Abbattere il pregiudizio, abbattere lo stereotipo, scavare nel profondo di noi stessi fino a trovare l’affascinante complessità che ci fa persone: questo il fulcro del testo sceneggiato e interpretato da circa trenta alunni, che ci hanno dimostrato che il Liceo Classico non è solo studio, ma impegno paziente e divertente, lavoro di squadra fatto con capacità critica e voglia di stare insieme.

Il testo messo in scena è nato a seguito della collaborazione avviata dalla scuola con l’AICC, l’Associazione Italiana di Cultura Classica che, lo scorso anno, ha tenuto il corso “La messa in scena di un dramma antico”, una immersione profonda nei meccanismi drammaturgici alla base del testo antico, al cui termine era prevista la realizzazione di un elaborato ispirato ad un’opera teatrale dell’antichità.  La professoressa, referente del progetto, ha proposto ai ragazzi la figura di Medea nella rilettura di vari autori classici, da Apollonio Rodio ad Euripide a Seneca, fino a giungere ad un’interpretazione che ci offre una scrittrice del Novecento, Christa Wolf, nel suo romanzo: “Medea. Voci”.

 La figura che, dapprima, è emersa da questo accurato studio è quella che conosciamo tutti, la Medea che si studia sui libri di scuola: una giovane che vive i primi turbamenti amorosi, che fa ricorso alla magia per raggiungere i suoi scopi, passionale, istintiva, secondo la sua natura e la cultura derivata dalla sua Colchide, che arriva ad uccidere i propri figli quando si vede tradita nei sentimenti e nella parola data.

Il libro della Wolf ha dato spunto per pensare che, come spesso accade, le cose non sono così come appaiono, anche a proposito di un’eroina mitica, che è stata riletta nella sua psicologia, nella sua persona, nell’etimo del suo nome: Medea, colei che sa trovare rimedi, sa guarire.

 Basandosi sull’esegesi di altre fonti antiche, La Wolf ha riscritto la travagliata storia di una donna, la quale non solo non ha ucciso i propri figli, ma ha cercato di salvarli, non solo non è stata l’artefice di uccisioni e vendette, ma ha soccorso i suoi simili, durante il terremoto e la peste abbattutisi sulla città di Corinto, subendo poi manipolazioni e pregiudizi.

La civile Corinto, allora, diviene quindi lo sfondo di una tragedia che vede protagonisti i suoi cittadini: essi decidono di esiliare Medea e lapidarne i figli, pagando poi il poeta Euripide perché metta in scena una tragedia che restituisca loro la veste di verginità persa nella vita reale, che cancelli le loro colpe dell’infanticidio e che faccia ricadere sulla maga anche la morte di Glauce, la promessa sposa di Giasone, figlia del re di Corinto.

 Medea, straniera in terra greca, lontana dai suoi cari, diviene il capro espiatorio di una società che teme l’indomabile fierezza della donna e la sua eccessiva libertà, una società che, per proteggersi, non esita a compiere crimini nefandi e terribili e, poi, a nasconderli.

I nostri studenti hanno dunque portato sulla scena parallelamente la storia di due donne, due Medee, che affrontano un identico dramma ma in modo diverso, quasi antitetico, arrivando ad interfacciarsi tra loro fino ad identificarsi, nell’epilogo, in un’unica donna ormai piagata, rassegnata di fronte a un mondo che non cambierà mai in meglio. Un’unica donna, nessuna e con cento identità-  come direbbe Pirandello-  che si chiede e ci chiede, senza avere risposta né in terra né in cielo: ci sarà mai un luogo per me in cui stare bene?

A due Giasoni (Alessio Cerqueti e Riccardo Resparambia), nel corso del dramma, si sono alternate due Medee, quella euripidea e quella della Wolf, anche mediante il ricorso di video proiettati durante lo spettacolo che hanno rievocato il passato idilliaco della Colchide, così come hanno sovrapposto alla città Corinto vicoli e immagini della Camerino terremotata.

Una bravissima Fanny Sabatini, toccante nel ruolo euripideo della Medea passionale, si è avvicendata alla giovane Giulia Carloni nell’interpretare due donne così dissimili tra loro per molti aspetti, eppure così vicine: fedeli a se stesse, voci fuori dal coro pronte a pagare in prima persona il prezzo della loro autenticità.

 Le ragazze ed i ragazzi per lo più giovanissimi e alle prime armi nel teatro, hanno dimostrato non solo serietà e dedizione, ma anche una profonda sensibilità verso i delicati temi trattati e un talento promettente, valorizzato dalla raffinata regia di Giulia Merelli, che li ha coinvolti in riflessioni personali confluite poi nel testo, attraverso un continuo confronto maieutico con alunni e professoressa.

Questa è la rilettura della mitica Medea che i ragazzi hanno portato sulla scena. In una serie di dinamiche che si perpetuano nella società umana con grande attualità, lei era diventata a Corinto il capro espiatorio, su cui far ricadere tante colpe ataviche e non, un odio assommato da un sistema che rischiava di frantumarsi di fronte all’azione destabilizzante di una donna troppo libera, non integrata ai comportamenti della civile città.

La barbara trapiantata a Corinto, poteva essere sì accettata, purché si adeguasse alle consuetudini e   restasse al margine; ma così non aveva fatto.

Era stato quasi consequenziale catalizzare su di lei gli odi di singoli individui e della massa, così come spesso avviene nella società che fa esplodere contro un capro espiatorio la rabbia, come summa di tante paure: la paura verso il diverso, verso il ribelle, verso il profugo, verso chi affascina e chi impaurisce perché tira fuori verità scomode e scuote coscienze addormentate.

Il rifiuto di piegare il capo da parte di Medea, doveva essere dunque solennemente punito. La scena finale, imbastita a mo’ di tribunale, con l’astronomo di corte che era stato a lungo in silenzio e che ora intende rivelare tutto, mette a nudo proprio queste dinamiche umane pericolose in ogni tempo.

I musicisti, personaggi inseriti sin dall’inizio dello spettacolo, a intervallare la vicenda con la loro arte e le loro riflessioni, lanciano un accorato appello agli spettatori: provare a uscire dallo spettacolo migliori, vivendo lì appieno la più classica delle catarsi.  

Agli uomini del nostro tempo, e soprattutto ai giovani è il messaggio di saper riconoscere la diversità come ricchezza, come il valore aggiunto alla base di una società tollerante ed aperta all’altro.

Perché, come ha ricordato la prof.ssa Di Paolo nei saluti finali, “possiamo vincere anche un terremoto, una peste moderna come il covid, ma abbiamo ancora davanti la sfida più grande: quella di vincere il male del pregiudizio, che una comunità umana, fattasi branco, continua ad alimentare pericolosamente contro il suo simile. Ognuno, dall’esperienza del confronto e della sofferenza, è chiamato ogni giorno ad arricchire se stesso e a migliorare la sua umanità. Possiamo farcela!”